CSR 2.0

6 years ago by in CSR2.0, Lavori

Venerdì 20 Maggio 2011 al Words, World, Web di Terrafutura a Firenze, ho avuto l’onore di partecipare ad un interessante brainstorming su CSR 2.0: come internet, e i social media in particolare, possono dare il proprio contributo ad un ripensamento al modo finora conosciuto, largamente diffuso e per certi versi fallimentare, di fare responsabilità sociale d’impresa.

E’ sotto gli occhi di tutti come l’avvento dei social media abbia rivoluzionato la comunicazione e dato un nuovo impulso, forse il secondo nella storia dopo Gutenberg, alla democratizzazione, della conoscenza e della società. La massa un tempo svolgeva una funzione solamente ricettiva dei messaggi di pochi grandi soggetti economici, mentre oggi, grazie agli strumenti del Web 2.0, si sta trasformando sempre più in massa creativa.
La rapidità del processo di globalizzazione, lo sviluppo di nuove tecnologie e la condivisione delle informazioni hanno fatto sì che sia aumentata la consapevolezza in un sempre più vasto gruppo di persone degli impatti negativi dell’uomo sulla Terra, tanto da fare spazio ad un rinnovato bisogno di coinvolgimento sociale. I nuovi media, condividendo conoscenza circa le problematiche causate dall’uomo in ambito ambientale e sociale, fanno nascere infatti negli utenti un senso di responsabilità che non si può più ignorare e la necessità di passare all’azione in favore del cambiamento delle nostre pratiche individuali e collettive.

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Gli utenti di internet si domandano sempre più come le aziende possano aiutarli nel tentativo di migliorare il proprio intorno (società e ambiente) e nel raggiungere i singoli obiettivi di sostenibilità, e ne discutono attraverso i social media. Questi discorsi non possono essere controllati dalle aziende e soprattutto non possono prescindere dai comportamenti effettivi dimostrati da un brand, dalla qualità dei suoi prodotti o servizi e dalle emozioni che è in grado di creare. Non sono possibili tentativi di edulcorazione delle informazioni da parte di uffici stampa delle organizzazioni. Occorre quindi che le aziende si approccino a questi media garantendo il massimo della trasparenza e della chiarezza, rendendosi accessibili per un reale controllo sulle proprie pratiche. Rendendo disponibili dati e numeri riguardanti il proprio business, ripuliti dai fronzoli, in tempo reale e favorendone una revisione condivisa e approfondita da parte della rete, si farebbe di fatto rendicontazione sociale attraverso i social media e forse i bilanci sociali verrebbero più facilmente letti.

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Censura o copertura di determinati aspetti dell’attività di un’organizzazione su questi media vengono visti con sospetto, per una conferma possiamo chiedere a Nestlè. Questo aspetto terrorizza molte aziende. Sarà forse per questo che le aziende inserite nel Dow Jones Sustainability Index, soprattutto quelle che hanno a che fare con il settore petrolifero e del gas, nonostante abbiamo collezionato onerosi strumenti di CSR as usual, hanno timore ad affacciarsi e sedersi ai tavoli dei social network a discutere di sostenibilità? Dall’indagine “Social Media Sustainability Index” di SMI (Intelligence in Social Media) emergono infatti questi dati:
Delle 287 imprese inserite nel DJSI, nonostante il fatto che l’85% di esse utilizzi gli strumenti del web 2.0 per la propria promozione, solamente il 22,5% attraverso i social media affronta i temi legati alla sostenibilità, condivide i risultati del proprio bilancio sociale o promuove interazioni con gli utenti sull’argomento. Quelle che discutono di sostenibilità sono soprattutto le aziende legate ai settori tecnologici (70-80%) mentre quelle che si tengono più alla larga dal parlarne sono appunto quelle petrolifere (10 – 20%). Questi dati potrebbero significare che il Web 2.0 può dare un forte aiuto a combattere fenomeni come il green o l’ethical washing, attraverso il controllo distribuito su tutti gli utenti di internet. Ma non è tutto, i social media, oltre ad avere una funzione di controllo, possono diventare importanti leve attraverso cui attivare collaborazioni (crowdsourcing), se le aziende impareranno a non temerli e a rapportarsi attraverso di essi in maniera corretta (soprattutto ascoltando per imparare e non per controbattere). Aprirsi ai contributi esterni vorrebbe dire per le aziende farsi aiutare nel migliorare le proprie condotte in un’ottica di maggiore sostenibilità sociale ed ambientale, ma anche garantirsi una sostenibilità economica di lungo periodo che, come ricorda Sebastiano Renna, passa soprattutto attraverso l’innovazione e la ricerca di specifiche conoscenze diffuse.

Hanno partecipato al brainstorming:
Primo Barzoni – Palm SPA
Miriam Bertoli – www.miriambertoli.com
Andrea Di Turi – www.soldionline.it/blog/dituri
Paolo Faustini – Smarketing
Sebastiano Renna – Sustainability & Intellectual Capital Expert
Giuseppe Lanzi – Assoscai
Laura Callegaro – Banca Etica
Daniela Bianchi – Fondazione Kambo
Andrea Di Benedetto – Presidente C.N.A. Giovani
Mirko Lalli – Fondazione Sistema Toscana

In attesa di nuove tavole rotonde sull’argomento, per chi volesse discutere di CSR 2.0 sono attivi due gruppi su:
- Zoes: http://beta.zoes.it/gruppi/csr-20
- Linkedin: http://www.linkedin.com/groups/CSR-20-3925291